persia

L’uccello che parla

Vivevano un tempo in Persia due fratelli, Bahman e Perviz, e una sorella, Parizade. Erano figli di un funzionario del sultano e abitavano in una grande tenuta fuori dalla città.

Quando i loro genitori morirono, cominciò a capitare spesso che i due fratelli dovessero assentarsi da casa per diversi giorni.

In una di queste occasioni, una vecchia pellegrina arrivò a chiedere ospitalità per la notte. Parizade la accolse, conversò con lei per tutta la sera e la mattina dopo le fece visitare il meraviglioso giardino della villa.

La vecchia disse che era tutto molto bello, ma tre cose mancavano per renderlo perfetto: l’uccello che parla, l’albero che canta e l’acqua d’oro.

Parizade rimase turbata da quelle parole. Quella sera, quando i suoi fratelli tornarono a casa, la trovarono strana e sovrappensiero. Le chiesero se fosse successo qualcosa e lei raccontò loro della vecchia e delle sue parole.

Subito, Bahman disse che si sarebbe messo alla ricerca dell’uccello che parla. Lasciò al fratello un pugnale e gli disse di controllarne la lama ogni giorno. Se l’avesse vista arrugginire, avrebbe voluto dire che gli era successo qualcosa.

Bahman viaggiò per venti giorni; poi si imbatté in un vecchio mendicante, che gli chiese dove fosse diretto.

Bahman rispose che cercava l’uccello che parla, l’albero che canta e l’acqua d’oro. Il mendicante gli diede una palla e gli disse di lanciarla e seguirla finché non si fosse fermata. Si sarebbe allora trovato ai piedi di una montagna e in cima a quella montagna avrebbe trovato ciò che cercava. Doveva però stare attento, mentre saliva, a non voltarsi mai indietro, o sarebbe stato tramutato in un sasso.

Bahman fece come gli aveva detto il vecchio. Lanciò la palla, la seguì, arrivò alla montagna, cominciò a salire.

Presto, però, udì delle voci che chiamavano il suo nome. Memore delle parole del vecchio, continuò a salire. Le voci si fecero beffarde, lo chiamarono codardo, gli dissero che non si girava perché non ne aveva il coraggio.

Bahman si lasciò prendere dall’ira e si voltò. Subito, fu trasformato in un sasso nero.

Il giorno dopo, Perviz vide che la lama del pugnale era arrugginita. Decise allora di partire per cercare il fratello. Lasciò a Parizade una collana di perle, dicendole di controllarla ogni giorno; se avesse visto le perle annerire, avrebbe voluto dire che gli era successo qualcosa.

Anche Perviz viaggiò per venti giorni, anche lui incontrò il vecchio mendicante e anche lui giunse alla montagna.

Quando le voci lo chiamarono codardo, le ignorò e continuò a salire. A un certo punto, però, udì una voce spaventata, che gli diceva che suo fratello era in pericolo e aveva bisogno di lui.

D’istinto, Perviz si voltò e subito fu trasformato in un sasso nero.

Il giorno dopo, Parizade vide le perle annerite e partì alla ricerca dei fratelli.

Anche lei viaggiò venti giorni, anche lei incontrò il vecchio mendicante e anche lei giunse alla montagna.

Prima di iniziare a salire, mise dei batuffoli di cotone nelle orecchie. In questo modo, non sentì nulla di ciò che le voci le dicevano e giunse fino in cima.

Qui trovò l’uccello che parla, che le disse dove trovare l’albero che canta e l’acqua d’oro. Le spiegò inoltre come usare l’acqua per ridare forma umana ai suoi fratelli e a tutti gli altri avventurieri che nel corso degli anni erano stati tramutati in sassi.

Parizade e i suoi fratelli tornarono a casa. Qui vissero felici per lunghi anni; il loro giardino era ora perfetto e l’uccello che parla si rivelò sempre un saggio e fidato consigliere.

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