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Vasilisa e la Baba Jaga

C’era una volta un mercante, che aveva una figlia di nome Vasilisa. Un giorno, sua moglie si ammalò gravemente.

Poco prima di morire, la donna chiamò a sé Vasilisa e le regalò una bambola.

“Su questa bambola ho messo la mia benedizione” le disse. “Se starai attenta a darle sempre qualcosa da mangiare, lei ti aiuterà nei momenti difficili.”

Pochi giorni dopo, la madre morì. Il mercante, che spesso doveva assentarsi da casa per lunghi viaggi di lavoro, si risposò presto con un’altra donna che aveva due figlie poco più grandi di Vasilisa.

Quando il mercante era via, la matrigna e le sorellastre maltrattavano Vasilisa in mille modi, costringendola sempre a fare i lavori di casa più pesanti. La bambina però non si lamentava. Appena la matrigna non guardava, infatti, la bambola faceva per lei tutti i lavori. Dal canto suo, Vasilisa si preoccupava sempre durante i pasti di mettere da parte qualcosa da darle da mangiare.

Passarono gli anni; Vasilisa divenne una ragazza bellissima e molti ragazzi del posto la chiesero in moglie. La matrigna rispondeva sempre che mai avrebbe sposato la figlia più piccola finché le maggiori rimanevano nubili. Dal momento che nessuno voleva le sorellastre di Vasilisa, anche lei rimase in casa con la matrigna.

Una notte, in uno dei periodi in cui il padre di Vasilisa era lontano, capitò che tutte le candele della casa si spegnessero e non ci fosse più una fiamma per riaccendere il fuoco.

Le sorellastre obbligarono allora Vasilisa ad andare a chiedere del fuoco alla Baba Jaga che viveva nella foresta.

Vasilisa diede qualcosa da mangiare alla bambola, se la mise in tasca e partì.

Il cielo cominciava a essere chiaro a oriente, quando un cavaliere dal volto bianco, vestito di bianco e in groppa a un cavallo bianco, la superò; quando il sole iniziò a sorgere, Vasilisa vide passare un secondo cavaliere, rosso in volto, vestito di rosso e in groppa a un cavallo rosso. Infine, quando, dopo un’intera giornata di cammino, sopraggiunse la sera, la superò un cavaliere dal volto nero, vestito di nero e in groppa a un cavallo nero.

Vasilisa era ormai arrivata alla dimora della Baba Jaga. Ossa umane creavano una staccionata intorno al giardino, dentro cui erano sparsi diversi teschi.

Vasilisa si fece coraggio, bussò e chiese alla Baba Jaga del fuoco da portare a casa. Baba Jaga rispose che gliel’avrebbe dato solo se lei avesse portato a termine alcune mansioni per lei. Se però non fosse riuscita a portare a termine i compiti che lei le affidata, l’avrebbe mangiata.

Per un po’ di giorni, Vasilisa rimase a casa della Baba Jaga, a riordinare, pulire, filare, cucinare e fare ogni altro genere di lavori. La mattina, Baba Jaga le lasciava sempre un elenco di compiti impossibili. Ma Vasilisa dava il poco cibo che Baba Jaga le lasciava alla bambola, e la bambola l’aiutava a portare a termine ogni cosa.

Una sera, a cena, Baba Jaga volle infine sapere come facesse a superare quelle prove. Vasilisa le spiegò della bambola. Baba Jaga annuì e le chiese se volesse porle qualche domanda.

Vasilisa chiese chi fossero i tre cavalieri che aveva visto mentre attraversava la foresta. Baba Jaga rispose che erano il Giorno, il Sole e la Notte, tutti e tre al suo servizio. Le disse poi che aveva fatto bene a chiederle di qualcosa che aveva visto al di fuori della casa e non all’interno, perché su quello mai avrebbe risposto.

Baba Jaga disse poi che non voleva persone portatrici di benedizioni in casa sua; le diede quindi un teschio dentro cui bruciava una fiammella e la rimandò a casa.

Per tutto il tempo in cui Vasilisa era stata via, ogni fiamma che era stata portata in casa si spegneva all’istante appena varcata la soglia. La matrigna e le sorellastre furono perciò felici di vederla, sperando che almeno la fiamma della Baba Jaga resistesse. Appena Vasilisa fu entrata, gli occhi del teschio si fissarono prima sulla matrigna e poi sulle sorellastre, iniziando a bruciarle vive. Loro cercarono in tutti i modi di sfuggire e nascondersi, ma gli occhi del teschio le seguivano ovunque.

Alla fine, di loro non rimase che un mucchietto di cenere.

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