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Leggende di arti marziali: il cuore di salice

Secondo la leggenda, Shirobei Akiyama fu un medico giapponese che nel 1632 fondò una delle prime scuole di jujitsu, arte marziale che si basa sul ritorcere la forza dell’avversario contro di lui.

Shirobei Akiyama aveva compiuto un lungo viaggio in Cina per studiare medicina, agopuntura e l’arte della lotta. Una volta tornato in patria, a Nagasaki, aprì una scuola per insegnare ciò che aveva appreso, ma le cose non gli andarono troppo bene.

Shirobei se la cavava bene con le malattie semplice e con gli avversari non troppo forti. Ma appena aveva a che fare con un caso più difficile, una malattia più violenta, un malessere più subdolo o un avversario più potente, le sue capacità lo abbandonavano e falliva.

Presto, gli alunni che aveva lo abbandonarono, delusi.

Shirobei decise allora di ritirarsi in un tempio e dedicare cento giorni a meditare.

Aveva in testa una gran confusione. Più potente era l’avversario che aveva davanti, più era forte il suo desiderio di affrontarlo e sconfiggerlo, più forza metteva nei suoi attacchi. Eppure, sembrava non bastare mai. C’era qualcosa che non andava nel suo approccio. Cercare di opporre forza alla forza non funzionava.

Ma allora, quale altra via poteva esserci?

L’illuminazione gli arrivò in un giorno d’inverno, dopo una grande nevicata. Passeggiando per il giardino del tempio, vide un ramo di ciliegio che si era spezzato sotto il peso della neve. Poi, poco più avanti, vide un salice, i cui rami si piegavano sotto il peso delle neve fino a liberarsi del loro fardello.

Allora, Shirobei capì.

Capì che, davanti a un avversario più forte, l’unica via era piegarsi. Che ciò che si piega può raddrizzarsi, mentre ciò che rimane rigido viene spezzato. Che la flessibilità era la via che permetteva di conseguire più vittorie.

Shirobei mise in pratica questi concetti nella scuola di arti marziali che fondò da lì a poco, che ebbe immenso seguito fin da subito e nei secoli successivi.

Ma mise in pratica quella lezione anche nel resto della sua vita. Imparò a riconoscere quante poche erano le situazioni in cui aveva senso uno scontro frontale e quante quelle in cui la via migliore era quella del cuore del salice.

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